martedì 7 maggio 2013

Belzebù non c'è più

[da Corriere della Sera]


I giovani che affollano le aule scolastiche, forse, se ne saranno un po' stupiti. Per tutto il giorno, e chissà ancora per quanto, s'è parlato di un italiano che non c'è più. Un personaggio presente nelle istituzioni dal lontano 1945. Una specie di monumento. Eppure, per tutti coloro, il nome Giulio Andreotti è quasi del tutto sconosciuto.

Non ci provo neanche ad abbozzare una spiegazione. Perchè per me, essendo un po' attempatello, il nome Giulio Andreotti è invece fortemente evocativo. Una specie di icona del nostro paese. Tutte le strade portano a Roma, ricordo dicevamo un bel po' di tempo fa. E passano tutte da Andreotti.

La mia personale storia con il divo Giulio s'è costruita sul filo di un'opposizione politica. Ideologica. Finanche religiosa. Per questo il tempo mi ha aiutato a costruirmi la mia personale immagine del personaggio. Che ha attraversato tutti i misteri di questo paese. Rigorosamente irrisolti. E che l'hanno visto comunque, in un modo o nell'altro, al centro degli eventi.

Potrebbe non essere inutile riflettere sul fatto che di Andreotti, contrariamente ad altri politici di lungo corso, non si ricorda alcuna specifica svolta progressista. Non è ricordato per niente di particolarmente nuovo ed innovativo. Nessuna legge. Nessun progetto. Nessuna visione strategica. Niente che abbia fatto fare, a questo paese, un salto di qualità. Eppure nessuno, più di lui, è stato inamovibilmente al centro della politica italiana. Forse, chissà, ha saputo essere solo una specie di grande amministratore condominiale. Semplice gestione del potere. Perchè, naturalmente, «il potere logora chi non ce l'ha».

La scomparsa di un personaggio simile proprio in un frangente come quello che stiamo vivendo assume una valenza speciale. E' il segno che ci stiamo lasciando alle spalle un'Italia ch'è stata, ma che non sarà mai più. Nessuno meglio e più di Andreotti ha rappresentato una certa visione del potere. Lontano dalla gente quel tanto che basta per marcare una distanza esistenziale. Ma mai tanto da dare l'impressione di essere irraggiungibile. Come però, in effetti, è sempre stato.

Ecco. Forse Giulio Andreotti ha saputo rappresentare, magistralmente, la capacità del potere di rimanere sempre ad una distanza fissa. Mai troppo vicino. Mai troppo lontano. Dalla gente. Dalla semplicità dei problemi quotidiani. Dagl'interessi che andrebbero tutelati, compatibilmente con le logiche di partito. Una specie di scatola di compensazione che quella distanza ha saputo mantenere costante nel tempo. Allentando e stringendo, a seconda delle circostanze, il filo che tiene unito il potere alla realtà.

In questo quadro, forse è più facile rendersi conto che Andreotti è stato il simbolo di un tempo che, per davvero, non c'è più. Oggi che è cambiato tutto. La gente. La società. E, sopratutto, il potere. Con le sue nuove forme populiste. Demagogiche. Virtuali. Quello che Bettino Craxi definì, un giorno, «Belzebù» oggi non c'è più.

Ma il mondo che ha contribuito a tenere in piedi per un cinquantennio è durato meno di lui.

[Ave]

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