lunedì 26 gennaio 2015

«A sinistra si può»



Dev'essere questione di destino, non c'è niente da fare. A noi italiani, che pure abbiamo avuto il passaporto dalla storia, per certi ideali, è destino che non debba accadere mai. Nonostante le condizioni sociali lo permetterebbero, eccome. Invece ai greci, bontà loro, oplà. E' bastata questa crisi d'inizio secolo ed ecco che, nel giro di un paio d'anni, son riusciti a portare al potere un vero partito di sinistra. Con un leader realmente di sinistra. Con ideali che non parlano di rivoluzione, ma che una rivoluzione nelle strutture di potere, nella mentalità e, in definitiva, nelle menti degli uomini promette di farla per davvero.

Un grande orgoglio, ideologico e nazionalistico, vedere i greci di sinistra (vera) festeggiare la vittoria sulle note di «Bella ciao». Ma anche una gran malinconia. Al pensiero che invece, qui da noi, una sinistra geneticamente ed irreversibilmente modificata da atomi clerical-padronali intona il più umiliante «Meno male che il nazareno c'è», come si vede ogni giorno che gli dei decidono di concedere a questa politica ridicola, falsa e bigotta.

Siamo evidentemente figli di un dio minore, noi italiani, e questo dio si chiama Vaticano. Il massimo lusso che possiamo permetterci è questa melassa pseudo-democratica che continuerà, come ha fatto finora, a consolidare il potere dei soliti noti. Le solite ingiustizie. La solita sproporzione tra chi ha tutto e chi, invece, ha pochissimo. Con, a corredo, un contorno fatto di servizi inesistenti. Scuole pubbliche lasciate sul lastrico. Ospedali pubblici chiusi. Trasporti pubblici semplicemente ridicoli.

In questa neodemocraXia cristiana, cucinata e servita da un arrampicatore sociale che sa perdere un po' di tempo su Twitter, non è neppure previsto che il popolo possa esprimersi. I nominati sostituiscono gli eletti. Come ben sappiamo anche noi ad Anagni. E comunque i pochi eletti lo saranno da liste precompilate e, prevedibilmente, premasticate. Per assicurare un'eternità più sostanziale all'indecenza che abbiamo mantenuto finora. E che continueremo a mantenere fino alla fine dei tempi.

In Grecia, invece. Syriza ha vinto. Nel giro di due anni è riuscita a passare dal 5 al 37 per cento. A diventare primo partito nazionale. E senza nazareni. Forse è per questo che, mentre il popolo greco inviava un nuovo telegramma all'Europa delle banche e dei banchieri, «non pagheremo più i vostri strozzini», il nostro divin arrampicatiello s'incontrava con Frau Merkel. Nel segno di un riavvicinamento finto e concordato come finto e concordato è stato il vano ed inconcludente allontanamento.

Nonostante le dichiarazioni azzardate di qualche esaltato, varrebbe la pena chiarirlo una volta per tutte:  il vincitore greco Tzipras NON è renziano. E la signorina Serracchiani Deborah, una della nidiata del capo, la stella nascente già abbondantemente declinatasi all'ombra del gran toscanaccio, se ne dovrà fare una ragione. E se la farà, senza dubbio. Anche se la sua prima dichiarazione post vittoria della sinistra greca, è sembrata più un gesto di stizza che una meditata sentenza: «Siamo molto contenti della vittoria di Tsipras», ha detto la Deborah, «il quale adesso in Europa non potrà che sostenere ed appoggiare il lavoro svolto da Matteo Renzi». Insomma: Tsipras che va a lezione di Renzi. Che si accoda. Che sostiene il "lavoro" di Renzi. Viene da ridere (o da piangere, a seconda delle personali sensibilità) solo a pensarci.

L'augurio dei greci, sicuramente, è invece proprio il contrario. Che Tsipras rimanga ciò che è. Ciò che rappresenta. Un nuovo modo, moderno ma anche ideologico, com'è giusto che sia, d'intendere gl'ideali di sinistra. Senza nazareni populisti di destra. Senza clericalismi. Senza gl'inchini padronali. Che Tsipras rimanga Tsipras, insomma. E non diventi mai un Renzi qualsiasi. E' questo l'augurio nostro al popolo greco, che ha avuto il coraggio di un vero rinnovamento.

Ma, per carità. Non ditelo alla Serracchiani.

[Ave]

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