giovedì 15 settembre 2011

Italia. Telefonate anormali

SCRIPTA MANENT
Per giustificare la follia [a proposito del caso Tarantini-Lavitola] il Cavaliere ha scatenato la più bugiarda e demenziale campagna mediatica mai affidata al suo apparato avvocatesco e giornalistico. A partire dall'argomento principale, portato dall'ineffabile avvocato Ghedini, secondo il quale «non è normale un Paese dove la magistratura intercetta il presidente del Consiglio». Sarebbe vero, ma non è mai accaduto. Mai nessuna toga bianca, rossa o nera, ha messo sotto controllo i telefoni del premier, ma soltanto quelli di indagati per reati comuni. E allora, caro avvocato Ghedini, la sentenza deve essere rovesciata. Non è normale un Paese dove un magistrato non può intercettare uno spacciatore, un latitante o un corrotto senza imbattersi, prima o poi, nell'inconfondibile voce del Presidente del Consiglio.
Indaghi su Lavitola e spunta fuori Berlusconi, insegui le piste di cocaina di Tarantini ed ecco il Cavaliere, avvii un'inchiesta sui traffici di Lele Mora o sugli appalti Rai di Saccà e rieccolo. Che cosa dovrebbero fare i magistrati, tapparsi le orecchie, bruciare i nastri non appena riconoscono la voce, dimettersi? Non è colpa dei magistrati di Bari o Napoli se il capo del governo passa ore e ore al telefono con faccendieri, galeotti e pregiudicati. [...]


L'ossessione del premier, in un mondo in fiamme, è salvare quella briciola di apparenza che lo circonda. Per farlo deve censurare se stesso, bruciare le frasi dette e le cose fatte. Il Berlusconi pubblico è atterrito dal Berlusconi privato, e noi da entrambi.

Curzio Maltese, Repubblica, 9 settembre 2011

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