domenica 4 settembre 2011

Letture. Nel mare ci sono i coccodrilli

Ci sono domande che siamo destinati a non farci mai. E ci sono conoscenze che siamo destinati a non possedere mai. Perchè, diciamocelo francamente, abituati al carnaio di Rimini. Oppure al mesto squallidore della nostra costa più vicina. Chi mai potrebbe avere la fantasia di chiedersi se, per caso, nel mare ci sono i coccodrilli? Tanto lo sappiamo che, nel nostro mondo, i coccodrilli non ci sono. E non ci saranno mai. A parte in quelle zone circoscritte e controllate che possono essere lo zoo e i documentari in tv. Dunque. Chi se ne frega dei coccodrilli?

Ma potrebbe capitare di finire in altri mondi. Lontani. Diversi. Misteriosi. Dei quali nulla sappiamo. E nei quali, magari, i coccodrilli potrebbero pure ritrovarsi a riva. A pochi centimetri da te. Enaiatollah Akbari, il ragazzino afghano protagonista di questo libro, in uno di questi mondi lontani non c'è finito. C'è nato. E, a seguito di vicende dolorose, ad un certo punto si trova nella necessità di fuggirne via.

Ignaro del mondo. Senza istruzione. Forzatamente abbandonato dalla famiglia, il giovane Enaiatollah inizia il suo cammino accidentato per trovare un equilibrio. Per guadagnarsi uno spazio di sopravvivenza in questo grande universo. Dopo un lunghissimo e spesso drammatico girovagare, riuscirà a raggiungere l'Italia. E, fermandosi a Torino, verrà in contatto con Fabio Geda, lo scrittore che ha deciso di raccogliere l'avventuroso racconto del suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Ne è venuto fuori il libro «Nel mare ci sono i coccodrilli» (B.C. Dalai Editore, € 16, disponibile nella biblioteca comunale).

Questo libro si porta appresso un mare di polemiche. Perchè, selezionato per il premio Strega, non è riuscito ad entrare nella cinquina dei finalisti. Ma, stando a quanto si preoccupa di sottolineare, non senza polemica, la casa editrice che l'ha pubblicato, il volume avrebbe vinto la battaglia tra i lettori, risultando assai apprezzato e venduto.

Ora. Io non voglio dire che il libro sia spiacevole. Però a me ha dato l'idea, come dire? Di una linea retta. E sopratutto piatta. Non ci sono spessori. Non ci sono densità. E' solo un lungo, drammatico elenco di fatti che accadono a questo bambino che ha deciso di salvarsi. Raggiungendo l'Italia con le sue sole forze. Detto in parole povere, è la storia di un extracomunitario, profugo, ch'è riuscito ad intrufolarsi nel nostro paese.

Il merito di Geda è, allo stesso tempo, il limite invalicabile del libro. Perchè Geda ha lasciato parlare il giovane Enaiatollah. Gli ha dato lo spazio che gli serviva per raccontare. E nulla più. In altre parole, Geda si è limitato a trascrivere. E dunque. Se questa scelta premia il realismo oggettivo da un lato. Dall'altro deprime e mortifica il senso del profondo con il quale il lettore, in genere, si aspetta di dover fare i conti. Il giovane afghano lo chiarisce forte e chiaro, ad un certo punto: «I fatti sono importanti. La storia, è importante. Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con chi».

Se questo neoverismo rasoterra era l'obiettivo, allora non si capisce per quale motivo il libro l'abbiano fatto scrivere a Geda. Molto meglio sarebbe stato lasciarlo scrivere direttamente al giovane afghano. Anche con gli errori di grammatica. Avrebbe aumentato il senso di adesione alla realtà ed avrebbe fornito, almeno sul piano linguistico, quella profondità che invece nel libro di Geda manca in modo davvero desolante.

Non è un caso che Fabio Fazio, nella sua trasmissione, abbia invitato l'afghano, come potete vedere qui. Fabio Geda sembra quasi orpello superfluo. D'altra parte, una volta che ad uno scrittore togliete la storia, cosa gli può mai rimanere?

[Ave]

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