giovedì 13 ottobre 2011

Scuola. Un pesce chiamato dirigente scolastico

Aveva ragione Ettore Scola. Certe giornate sono particolari. A volte lo sono in modo improvviso. Apri gli occhi ed eccole lì. Strane ed incomprensibili come non mai. Altre, invece, si presentano annunciate da squilli di adrenalina e palpitazioni. Ma tutte nascono in una mattina qualunque, coi colori di sempre. Solo l'occhio vigile che si apre prima ancora del suono della sveglia. Seguendo, chissà come, chissà dove, un ticchettio misterioso ch'è scolpito nell'anima. E ch'è molto più preciso della lancetta che brilla sul comodino. E, sopratutto, più implacabile.

La mia giornata del concorso a dirigente scolastico è cominciata proprio così. Piena di sapori strani e di sfumature provenienti da un altro confine. Ed è cominciata col pensiero del traffico. Partire prima per non lasciarsi avviluppare dal suo abbraccio mortale. Arrivare nella metropoli mentre gli altri ancora dormono. Missione riuscita benissimo. Girare per le strade di Roma in compagnia dei primi arditi, e sopratutto dei gatti, m'ha riportato alla mente i tempi antichi di almeno una vita fa. I rumori ancora soffusi e come lontani, le auto come mostri dormienti ad infiorare i bordi dei marciapiedi.

Il Liceo Giulio Cesare, a Roma, si trova in Corso Trieste. Sebbene l'ora primitiva, trovare un parcheggio è stata un'altra piccola avventura. Zona semicentrale, abitata da una borghesia assai benestante rinchiusa in palazzi d'architettura fascista. E poi molte dipendenze diplomatiche. Portoni blindati da telecamere discrete ma reali. Molte rappresentanze illustri. Difficile trovare un posto libero dal parcometro, dio pagano e crudele. Ma alla fine, in una via secondaria, riesco a scendere dalla macchina.

Sono da poco passate le sette. Manca ancora un'ora all'apertura ufficiale. Eppure, in lontananza, già s'intravede davanti la scuola un piccolo drappelletto di aspiranti. Bivaccano fumando una sigaretta e cercando di consolarsi con la tipica solidarietà empatica dei condannati ad un triste, ma comune, destino. Sull'altro lato della strada sono delle luci brillanti a distrarmi. M'avvicino. E' un bar. Spunta come un'oasi circondata dal traffico indecente delle auto parcheggiate. Tra poco tutte loro si sveglieranno e si metteranno in cammino, e sarà un'altra tortura.

Un caffè ed un cornetto alla crema. Per stabilire definitivamente il primato che la ragione dovrà avere sull'istinto, in questa giornata particolare. Giornata d'esame. Anzi di preselezione, come sottolineato dalla MariaStellina nel bando di concorso. Ma avvicinarsi al bancone è già una piccola discesa negli inferi. I discorsi son tutti sulla scuola. Sui quiz. Sullo studio matto e disperatissimo di qualcuno. Sulla rabbia per le vergogne scandalose del ministero. E poi gli errori cancellati, ma mica tutti.

Tempo. Ho voglia di farmi una passeggiata. M'incammino seguendo l'indicazione per un'edicola. Così ho l'occasione di seguire le tappe ideologiche del quartiere. Sui muri tanti manifesti. L'Italia dei Valori che bastona Berlusconi. Il PD e SEL che crocifiggono l'incapacità della zarina, che noialtri conosciamo assai bene. Ma in mezzo tanti epitaffi. Ragazzi di destra scomparsi per un incidente. Ma, sopratutto, giovani militanti. Giovani che hanno creduto di combattere una guerra. Confusa come solo una nebbia di parole può essere. E che in quella nebbia si sono persi per davvero. E per sempre. I loro giovani amici camerati, sui manifesti, ne celebrano il ricordo con orgoglio. Vedo i tratti stilizzati di questi giovani che non ci sono più. Penso alle persone che ho amato io, e che non ci sono più. Mi hanno lasciato un immenso silenzio dentro. Intere zone dove regna il silenzio. Le persone che ho amato io le incontro tutte lì. In quel silenzio. E solo in quello continuiamo a parlare di quello ch'è stato. E di quello che non sarà più. Questi manifesti invece non parlano del silenzio. Quei giovani volti sembrano costretti a gridare continuamente qualcosa. A rimandare a quel futuro che loro hanno perso per sempre.

Finalmente decido ch'è giunto il momento. Vado anch'io ad intrupparmi in quella ch'è diventata oramai una folla. Davanti i cancelli della scuola incrocio i mille volti anonimi degli aspiranti. Ce n'è per tutti i gusti. Giovani e meno. Alti e bassi. Grassi e magri. Straordinaria sovrabbondanza dell'elemento femminile. Tutta quella fauna umana mi attira. Stuzzica l'outsider ch'è in me. Mi metto alla finestra. Svolazzo con lo sguardo.

I primi che avvisto sono le prede più facili. I sociopatici. Li vedo solitari in mezzo alla folla. Lo sguardo arcigno pronto a difendersi da un attacco che prevedono sempre imminente, ma che non avverrà mai. Hanno in loro il germe del risentimento. Un concorso del genere, organizzato in un modo tanto discutibile e pasticciato, sembra fatto apposta per alimentare la loro convinzione d'essere vittime predestinate di un complotto universale. Naturalmente pensato solo ed esclusivamente a loro danno. Non diventeranno mai dirigenti. Per fortuna.

A volte si corre il rischio di confondere i sociopatici coi tristi. Ma sono due specie assai diverse. Sopratutto nel numero. Infatti li vedo chiaramente davanti a me. Sono come al solito numerosi, i tristi. Che hanno la piacevole caratteristica di cercare l'aggregazione coi loro pari. I tristi si cercano e, magicamente, riescono anche a trovarsi. Formano così gruppi omogenei nei quali tutta la loro tristezza viene sublimata attraverso gesti, comportamenti e discorsi che hanno una grande utilità catartica. Tra i tanti tristi che vedo davanti a me, qualcuno ce la farà. Ma non sarà mai un grande dirigente. Come, probabilmente, non è stato mai un grande docente.

Neanche pensabile soffermarsi troppo sugli ossessivo compulsivi. Ce n'è una gran quantità, in questa folla. Mai come in questo gruppo è possibile osservare così grandi distinzioni tra i sessi. La femmina ossessiva, infatti, parla praticamente senza sputare mai. Qualcuno sospetta anche senza respiro alcuno, ma la cosa appare alquanto controversa. Si muove in linea retta su un piano infinito. Avanti e indietro senza posa. La pausa è consentita solo ed esclusivamente per arrotolarsi una piccola ciocca di capelli. Che la femmina compulsiva in genere porta lunghi proprio per questo scopo utilitaristico.

Il maschio compulsivo, invece, realizza anch'esso un movimento continuo di tutto il corpo, ma seguendo preferibilmente una traiettoria circolare. Gira su se stesso. Volta spesso gli occhi alle proprie spalle, come se qualcuno lo stesse chiamando. Cosa che non avviene mai, in effetti, perchè in genere ci si guarda bene dall'attirare l'attenzione di un ossessivo. Non avendo capelli lunghi da arrotolare, come l'esemplare femmina, il maschio compulsivo preferisce piccoli gesti ripetitivi. La cosa sgradevole è che essi si rivolgono verso l'interlocutore. La mano tocca una spalla. Un braccio. Nei casi più disperati si abbozzano parvenze di abbracci e/o di trattenute. Che naturalmente non ottengono altro effetto se non quello di spaventare definitivamente l'incauto che ha dato loro corda.

Non è improbabile che un discreto numero di ossessivo compulsivi riesca a superare il concorso ed a diventare dirigente scolastico. In questo caso le loro scuole si riconosceranno facilmente. Burocrazia maniacale e livello lavoro frenetico. Ma per raggiungere risultati appena sufficienti. Il motore di una Panda impiantato in una Ferrari guidata come un ciclomotore.

Naturalmente, per la famosa serie Anagni caput mundi, non poteva mancare il riconoscimento. Anche nella folla di aspiranti in attesa davanti il cancello del liceo Giulio Cesare di Roma, qualcuno mi si è avvicinato col tipico sogghigno dell'italiano che, a passeggio nella foresta amazzonica più profonda, riesce a scovare un connazionale per scambiare quattro chiacchere piene di amarcord. Piacevole distrazione. Ma poi l'apertura del cancello ed il trapasso nell'istituto ha smistato i gruppi e le appartenenze in modo quasi militaresco.

Ma è stato dentro. Quando è iniziata la lunga attesa dei quiz. Che ho visto gli squali. Gli occhi vitrei e freddi, proprio come quei magnifici predatori marini. Lo sguardo già perso nella concentrazione delle domande e delle risposte. La mente già proiettata verso il concorso vero e proprio, con le prime due prove scritte. Per costoro una parola è poco e due sono troppo. Tengono la pinna dorsale in costante emersione, ben visibile a tutti. Per chiarire bene ch'è pericoloso avvicinarsi troppo. Corrono nella corsia di sorpasso, e non hanno tempo da perdere con noialtri piccolo borghesi. Pesciolini che si lamentano dei figli e dell'alzataccia alle quattro di mattina. Gli squali, maschi e femmine, riescono naturalmente a creare un certo vuoto intorno a loro. Un piccolo corridoio di sicurezza all'interno del quale è bene non mettere piede.

Essi non aiuteranno nessuno. Non suggeriranno nulla. Correranno dritti per la loro strada senza voltarsi indietro e senza soffermarsi da nessuna parte. Il concorso è una gara, e gli squali vogliono arrivare primi. L'umanità fa loro un po' schifo. Al massimo, può essere utile se si ha bisogno di mordere qualcosa. Non sono pochi gli squali che riusciranno a diventare dirigenti scolastici. Essi guideranno la loro scuola come un acquario. Irraggiungibili. Impermeabili. Imperscrutabili. Introvabili. Getteranno nella vasca tante bricioline fatte di circolari, norme, protocolli, procedure. Ed, indifferenti allo sciabordio dell'acqua, lasceranno i pesciolini ad intrupparsi fra le alghe, a risolversi i problemi da soli.

Ed è a questo punto, mentre seduto al mio banchetto aspetto l'arrivo dei quiz, che mi spavento. Che tipo di dirigente scolastico potrei mai diventare? C'è ancora spazio, nella scuola italiana, per la voglia di aprire i pori? E guardare il mondo con gli occhi disincantati di chi vuole respirare, ed assorbire, e provare a capire senza compromessi? In questa nostra scuola si può ancora passeggiare con lo sguardo leggero sulle cose, sulle persone, sulla realtà, inseguendo il vento che il mondo respira in noi?

E' ancora possibile, come poetò la Premiata Forneria Marconi, perdersi nelle impressioni di un autunno inoltrato?


No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.

Sto aspettando. Tra poco i quiz arriveranno. Non voglio diventare un mostro!

 Ecco. Mi pare questa la risposta che sto cercando.

Ma non sono ancora riuscito a trovare la domanda.

[Ave]

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Professò, niente niente diventi preside.

Saluti

Posta un commento

Abbonati!