mercoledì 2 novembre 2011

Italia. Oriente ed Occidente s'incontrano a Massa Carrara

Ho ricevuto questa cronaca dalla giovane ed intelligente Arianna Lisandro, appassionata studiosa del mondo orientale, oltrechè promettentissima batterista rockettara.
La pubblico volentieri a dimostrazione che, in effetti, una speranza c'è. Non tutti i giovani hanno rinunciato a pensare. Non tutti s'intorpidiscono davanti la tv.
Un altro mondo è possibile.
[Ave]


Frammenti d’Oriente in Occidente, precisamente a Marina di Carrara (MS). È qui infatti che si è tenuta la seconda edizione del sempre più frequentato “Festival dell’Oriente”, tra colori, musiche e profumi di una tanto affascinante quanto vasta cultura, quella che va dalle più vicine terre del Marocco e dell’Egitto, fino a quelle più remote di India, Cina, Giappone e Tibet. Nel vasto complesso fieristico “CarraraFiere” i giorni 28, 29 e 30 Ottobre si sono alternati sui palchi dei vari padiglioni danze indonesiane, tailandesi, sufi, egiziane, dimostrazioni dei più disparati stili di arti marziali, ma anche conferenze e riflessioni; una kermesse quanto mai interessante e variegata.

Nota a parte merita il gruppo “Masa-Daiko”, che ha offerto al numerosissimo pubblico una strabiliante performance con i suoi tamburi “taiko”, tipici del Giappone. I sette energici ragazzi tedeschi, guidati dal maestro giapponese Masakazu Nishimine, hanno percosso le pelli dei loro imponenti strumenti e l’animo degli spettatori, rimasti a bocca aperta per la spettacolarità del concerto. Altra sorprendente esibizione quella dei monaci del tempio Shaolin, che hanno dato prova di grande agilità e concentrazione esibendosi con il loro kung fu.


Oltre ad ospitare questi ed altri numerosissimi eventi, l’ampio spazio a disposizione ha permesso un proliferare di bazar e mercatini pieni di coloratissimi prodotti orientali -dai tessuti ai gioielli, dagli incensi agli strumenti musicali, dai libri ai generi alimentari- affiancati a più “occidentali” stand dedicati al benessere fisico e alla cura del corpo, all’alimentazione vegana e alla vendita di prodotti biologici.


Tra i vari stand hanno fatto capolino associazioni no-profit dedicate alla salvaguardia di specie animali a rischio, come l’ “Animals Asia Foundation”, che si occupa degli orsi neri asiatici, meglio conosciuti come Orsi della Luna, abusati e torturati per l’estrazione della loro bile, prezioso elemento della tradizionale farmacopea asiatica; e la “Sea Shepherd Conservation Society”, la cui missione é quella di fermare la distruzione dell'habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero al fine di conservare e proteggere l'ecosistema e le differenti specie. Altri spazi del Festival  sono stati dedicati alla sperimentazione in prima persona di pratiche quali lo yoga, il qi-gong, la difesa personale, massaggi di ogni tipo e meditazioni guidate.


Capitolo a parte per quel che riguarda le arti marziali, alle quali è stata dedicata un’intera giornata, quella del 27 ottobre; sui vari tatami atleti di tutte le età e nazionalità si sono sfidati a mani nude e non nella più grande maratona al mondo di arti marziali e sport da combattimento, con 37 aree di gara impiegate, 3 ring, 1 gabbia, 5000 atleti da 90 nazioni con 250 ufficiali di gara ed oltre 40 differenti stili coinvolti. Tanto movimento, quindi, accompagnato da gastronomia cinese, giapponese, thailandese e indiana per rifocillarsi rimanendo immersi nel magico mondo dell’Oriente, nonostante qualche lieve problema di organizzazione che ha costretto all’annullamento di alcune attività.


Ma l’Oriente non nasconde solo magia e spiritualità; cela, purtroppo, anche storie di violenza, sofferenza e sopraffazione, come nel caso del Tibet, invaso nel 1950 dall’esercito cinese e tuttora sottoposto alle sue barbarie. Nella loro terra madre i Tibetani sono stati privati brutalmente dei più elementari diritti, da quello di professare liberamente il proprio culto e di partecipare alla vita politica, a quello di vivere. Al contrario di quanto si tende a pensare oggi, il massacro cinese in Tibet -definito dal Dalai Lama stesso come “genocidio culturale”- non è affatto terminato: a spiegare ciò sono dei Tibetani -un monaco autore di un bellissimo mandala, due commercianti e un membro della “Tibet Culture House”, con sede in Italia- intervistati durante l’esercizio delle loro attività.


I primi due costretti a fuggire in India, dove il governo tibetano è in esilio, gli altri speranzosi di creare dei ponti con l’Europa che partano dal basso, perché «è importante che ragazzi italiani e tibetani creino un punto di contatto», dice uno di loro, che spiega di aver bisogno di «attenzione e collaborazione da parte di tutti per supportare la causa del Tibet libero». Indescrivibile la dignità e la commozione lette nei loro occhi, insieme alla speranza di poter vedere un giorno il loro paese libero e felice. «C’è bisogno di comunicazione», affermano più volte, sottolineando quanto sia importante fare attenzione ad ogni nostro comportamento per non ingigantire ulteriormente il pericoloso e affamato colosso cinese. Incuriosita ho chiesto al monaco quale fosse il significato del suo mandala: «Longa vida», ha risposto sinteticamente.


Augurando “lunga vita” al Tibet, alla sua magnifica cultura e alla sua splendida gente, colgo l’occasione per invitarvi ad una riflessione e ad una presa di coscienza, sperando di rappresentare almeno un piccolissimo mattone del “ponte” auspicato dai Tibetani.


Per chi fosse interessato ad un contatto, sia per informazioni, sia per cercare di contribuire, si rivolga alla Casa della Cultura del Tibet; per aiutare il patrimonio culturale tibetano a sopravvivere, affinché nella prossima edizione del “festival dell’Oriente” possa essere presente in tutto il suo splendore.

Arianna Lisandro

1 commenti:

alessandro ha detto...

E' bellissima, davvero brava...sono fiero di te!!!

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