venerdì 25 maggio 2012

Destre. E l'ultimo chiuda la porta



Marcello Veneziani è un pensatore. Un uomo intelligente. Un intellettuale. Qualità rare in generale, ma poichè uomo di destra esse diventano praticamente uniche. Un vero fiore nel deserto. E' dunque con sincera malinconia che registro il modo disperante col quale un intellettuale del suo spessore è costretto a fare i conti con i suoi politici. Voglio dire, quelli della sua parte. I destri. Me ne dispiaccio assai proprio perchè considero Veneziani un uomo in gamba, nonostante tutto. Ma è evidente che, in certe contingenze storiche, coloro che sono più intelligenti hanno responsabilità maggiori. Insomma. Sono più colpevoli degli altri.

Dov'era Veneziani mentre il demagogo e populista Berlusconi trascinava l'Italia verso il baratro della crisi economica e dell'imbarbarimento sociale e culturale? Dov'era mentre faceva letteralmente a pezzi il pensiero politico conservatore, che in altre ere politiche non era stato incapace di perseguire e realizzare concretamente un certo progresso del paese? Come ha trovato, Veneziani, il coraggio di vendere la sua anima sentimental-fascista ad un guitto che conservatore, o fascista, non è mai stato, proprio come non è mai stato progressista nè comunista? Com'è riuscito a turarsi il naso tanto fortemente da sopportare il tanfo (e la vergogna) di una non ben definta classe sociale ch'è stata promossa a classe politica senza alcuna capacità. Ma anche senza alcuna volontà d'imparare nè alcuna eticità dalla quale trarre ispirazione?

Tutte queste sono colpe gravi. Anzi. Gravissime. Ed un pensatore in gamba come lui non può non rendersi conto dell'immagine patetica ch'è diffusa dal suo grido disperante. Parla di «altra storia». Ma come potrebbe mai essere possibile gettare i semi di un'altra storia di destra, in mezzo alle macerie barbare che il berlusconismo ci ha lasciato in eredità? Con quali personaggi? Con gli Alfano? I Cicchitto? I La Russa? Le Santanchè? O magari, immaginificamente, con un redivivo Berlusconi?

Veneziani invoca, come primo atto, la selezione. A cosa si riferisce? A quello stesso concetto che ha permesso al padre padrone di farsi il suo partito personale, circondandosi di discepoli senza altro merito che quello di dire eternamente SI? Che gli ha permesso di creare un partito di plastica fondato sul marketing pubblicitario? Quella stessa selezione che gli ha consentito di innalzare a ruoli istituzionali veline, tate, olgettine e papettine?

L'equivoco tragico che il ducetto potesse rappresentare compiutamente una variante moderna del pensiero conservatore italico può avere ingannato gli altri. Ma non Marcello Veneziani. Dunque la sua domanda spezzata «quale alternativa», all'azzeramento di una destra massacrata in primo luogo da colui ch'era stato salutato come il suo salvatore, è solo retorica.

Perchè Veneziani sa bene che un'unica strada sta lì, davanti alle truppe destre, per riprendere il cammino. Ripensare l'ultimo ventennio. Riconoscere ed ammettere il depistaggio colpevole compiuto dal berlusconismo. Rinnegare quest'esperienza totalmente. Allontanarsene completamente. Dichiararsi colpevoli di attentato alla civiltà italiana. Azzerare tutto e chiudere definitivamente il capitolo.

Ma per fare una cosa del genere occorrerebbe coraggio. E chi non l'ha trovato per dire di no quando ci saremmo ancora potuti salvare, non lo troverà adesso che la disperazione non lascia dormire sonni tranquilli. Neanche Marcello Veneziani lo troverà questo coraggio. Ma fin da ora una cosa appare chiara. Le destre ripartiranno solo nel momento in cui si sganceranno dal caimano. E dal suo caimanismo.

Ci vorrà del tempo. Se ne dovranno fare una ragione. Ma l'uomo nuovo che verrà da destra, quando sarà, non potrà che essere figlio della disillusione redenta. Dell'abiura convinta. Della convinzione profonda che il populismo e la demagogia non potranno mai salvare nessun popolo.

[Ave]

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