giovedì 27 settembre 2012

I figli della notte

[foto da FaceBook]

Cari amici,

voglio anch’io riflettere con voi su quanto è avvenuto in questi giorni, ma senza aggiungere nulla alle dissertazioni giornalistiche né alle colte e conformiste analisi politiche recenti: permettetemi di sedermi in riva al mare e stare lì a osservare e pensare, a guardarmi intorno e a guardarmi dentro. “Voglio nascere anagnino”: così recitava uno slogan in puro stile “fioritiano”. Io ad Anagni ci sono nato, sono cresciuto nella centralissima piazza Cavour, tra le stigliature della vecchia bottega dei nonni ed i travertini del Parco della Rimembranza; mi piaceva cercare le lucertole nascoste nei fossi degli Arcazzi, curiosare dietro l’uscio delle osterie e giocare a “Girolamo che esce con una gamba sola” nei cortili e sui sampietrini sconnessi quando, in autunno, l’odore acre del mosto si propagava per i vicoli di via Garibaldi e de “jù Puzzo la Valle”. Ricordo tutte le fasi del cambiamento di Anagni, dagli anni ’70 ad oggi e crescendo ho vissuto come altri, che anagnini di origine non sono, il precipitare di Anagni nella notte di una crisi e di un declino apparentemente senza ritorno.


Queste ultime vicende forse sono il culmine di questa continua ed inesorabile caduta e rappresentano quasi lo stato d’animo degli anagnini, consapevoli (forse) del proprio passato e preoccupati per un futuro che sembra non esserci più. Già, il futuro: un’idea, una prospettiva tanto potente da smuovere le montagne eppure, in questi ultimi anni, spogliata di ogni senso e ridotta a slogan da manifesto da insensibili “personaggi da operetta”.


Siamo tutti figli della notte, di una disperazione avvilente, siamo come spettri  alla ricerca di un’identità smarrita, che guardano al domani con apprensione, anzi con una rassegnazione soffocante che spinge a dilatare il presente, ad essere concentrati sull’oggi, sulle occasioni da prendere al volo, senza pensare a cosa accadrà domani… perché tanto non c’è domani! Forse gli eventi che hanno insozzato perfino le pietre vetuste delle nostre mura sono l’epilogo prevedibile di una storia di disperazione della nostra gente, ormai sconfitta da un decennale declino ed abbrutimento. Forse la corruzione (che esiste anche al di là dei fatti che la magistratura in questi momenti sta verificando), l’immoralità dilagante, l’in-differenza, cioè l’indifferenziazione assoluta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, perfino la rabbia di persone comprensibilmente disorientate, smarrite, affondano le proprie radici in questa mancanza di fiducia e di speranza, in questa rinuncia al futuro. Siamo un po’ tutti figli di questa notte.


Ripartiamo da qui, cari amici. Ripartiamo dalla notte, attraversiamola tutta, nella consapevolezza che alla fine troveremo il giorno, la luce. Forza, su… andiamo avanti, senza paura del buio. Recuperiamo le forze e la certezza che c’è ancora un domani da immaginare, da inventare e poi da costruire, c’è ancora un giorno nuovo per la nostra Città: sì, facciamolo, e facciamolo insieme. Ripartiamo dai capannoni industriali abbandonati, dai campi contaminati, dai prati cementificati, dai magazzini scuri dei negozi chiusi del centro, dalle case con i cartelli “Vendesi”, dai vicoli e dalle cantine, dai fossi degli Arcazzi, dalle siepi e i vialetti sporchi e sconnessi del Parco della Rimembranza. Innamoriamoci di nuovo della nostra storia, del nostro ospedale, delle nostre scuole, delle nostre aziende… della nostra gente, un po’ romana e un po’ burina, un po’ operaia e un po’ contadina, un po’ colta e un po’ ignorante… riappassioniamoci ad Anagni, santa e puttana, che incanta e seduce, una Città di confine, tra il mare e i monti, tra Roma e Napoli, che era un riferimento, una capitale valligiana dove sono sempre venuti tutti da Sgurgola, Piglio, Serrone Paliano, Fiuggi, Acuto, per studiare, lavorare, incontrarsi.


Il destino di Anagni deve diventare il destino di ognuno: una cicca o una cartina sulle strade cittadine deve indignarci come se fosse carta straccia gettata nel salotto di casa nostra; una busta di indifferenziato lasciata fuori nel giorno in cui si raccoglie la plastica deve farci arrossire; sversare liquami in uno dei nostri corsi d’acqua deve convincerci sul serio che equivale ad avvelenare; sottrarre all’erba e ai boschi un posto per un casermone di cemento costruito in sanatoria deve essere per tutti noi come rubare i soldi dal portafoglio di papà.


E poi, cari amici, il voto, il voto, il voto…Perché se dalla nostra classe politica abbiamo avuto dimostrazione di inadeguatezza e distanza dal monde reale; se è vero che una legge elettorale scellerata ci ha impedito e ci impedisce ancora di scegliere i nostri Deputati e Senatori, è anche vero che tanti “mister preferenza” sparsi nel territorio” (e uno in particolare), ci dicono quanto noi cittadini abbiamo rinunciato ad un’opportunità unica, quella di scegliere, di decidere noi per primi, anche e soprattutto dalle nostre parti. Il voto deve tornare ad essere una scelta libera, consapevole e responsabile, un timbro di quietanza sul proprio futuro, un’attestazione di partecipazione; non più un gesto dettato dalla necessità, per dimostrare affetto o gratitudine ad un amico o ad un parente candidato. Il voto, il voto, il voto che per molti non vale niente, meno di una cena, meno di un telefonino, perché “tanto sò tutti uguali”, squallido ed ipocrita epitaffio di chi cerca un abito nobile a certe forme di assoluzioni collettive. Occorre anche qui uno scatto di reni: cittadini adulti, cittadini adulti, cittadini adulti.


Forza, su, facciamolo e facciamolo insieme. Senza salire in cattedra, senza restare alla finestra o stare lì a giudicare chi ha titolo e chi no, chi ha passione e chi no, chi piace e chi non piace, chi deve stare dentro e chi deve essere fatto fuori. Non già perché debbano trovare una qualche legittimazione trasformismi o opportunismi di vario genere, come abbiamo assistito, ahimè in questi tempi tristi e difficili. Ma perché la risposta sta solo nel riacquistare fiducia nelle proprie convinzioni e nella propria capacità di progettare, di ideare, di immaginare. Tutto questo e solo questo, sono convinto, farà la  differenza,  la “selezione”; tutto questo e solo questo saprà farci discernere il giusto dall’empio, il visionario dall’illusionista, l’onesto dal disonesto. Non disperiamo, arriverà questo momento e sapremo scegliere: io lo so, ne sono convinto, per la fiducia assoluta che ho nell’uomo, nella sua passione, nei suoi sentimenti, nella sua capacità di ri-conoscere. Se il futuro, il domani, la speranza, il desiderio e la consapevolezza di doverci salvare insieme saranno gli specchi attraverso i quali ci guarderemo, allora non avremo paura, non avremo dubbi, non dovremo preoccuparci di essere ingannati. Perché l’immoralità, la corruzione ed il degrado non sono figli dell’avidità, ma della disperazione e dell’abbandono, sono i figli della notte.


Questo manca ad Anagni e questo è ciò che dobbiamo recuperare. Anagni se lo merita, noi ce lo meritiamo. 


Un abbraccio.
Peppe Russo

3 commenti:

Anonimo ha detto...

SEI UN POETA

Mauro Meazza ha detto...

Lo confesso. Trovo il titolo di questo intervento semplicemente meraviglioso. Non solo per il suo significato malinconicamente metaforico. Ma anche perchè riprende un indimenticabile romanzo di Jack Williamson. Ed io sono grande fan di fantascienza. E di horror.

I figli della notte dello scrittore erano lupi mannari. Insomma esseri umani capaci di trasformarsi in bestie. In animali feroci e famelici.

Accolgo e sottoscrivo l'appello di Peppe. Forse siamo già diventati, un po' tutti, figli della notte. Ma il futuro è solo nelle nostre mani.

Dipende da noi.

[Ave]

Anonimo ha detto...

Ti ringrazio, caro anonimo amico, anche se non credo di meritare il titolo di poeta. Sono solo uno che ama comporre versi e giocherellare con la penna e la tastiera. Certamente è arrivato il tempo dei poeti, dell'immaginazione e dell'utopia. E' finito il tempo degli strateghi, dei furbi e degli arguti e maliziosi.

Caro Mauro, Ti ringrazio per l'apprezzamento: il futuro non è più Fiorito, il futuro siamo tutti noi. Grazie anche per la scelta della foto: il lupo è il mio animale preferito. Ho avuto modo di osservarlo e di udirlo nelle mie esperienze di montanaro. Si dice che il suo ululato sia uno strumento di "socializzazione: è un segnale di allarme o di richiamo, perfino un rituale utilizzato nel gioco, mai un messaggio di un animale che ama rimanere da solo. E poi, vuoi mettere il fascino di un lupo che ulula nella notte. Ancora un abbraccio! Peppe Russo.

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