venerdì 3 maggio 2013

Le pallottole e le parole

Nel XV capitolo dei Promessi Sposi l'ingenuo Renzo è destato dagli strattoni di due birri che gli stanno ai lati del letto. Il giorno prima ha assistito, senza capirci gran chè, alla rivolta dei milanesi per il pane. Stremato dalle tante emozioni, e pure un po' brillo, s'è addormentato ospite di una locanda malfamata. Al mattino, la sorpresa di un notaio criminale che, insieme ai due birri, è venuto alla locanda proprio per arrestarlo.

Il notaio criminale è una delle tante, straordinarie comparse del romanzo manzoniano. Vestito rigorosamente di nero. Con un cappellaccio calato in testa. Impossibile non notarlo, tanto meno conoscerlo. E' una specie di divisa, la sua. E chiunque a Milano sa bene quale sia la sua funzione: arrestare la gente.

Quelli, però, son giorni un po' particolari. La città è in rivolta. La gente, esasperata dalla carestia, ha già messo a ferro e fuoco i forni della città. Devastazioni e ruberie sono dappertutto. E, ad aggravar la situazione, si aggiunge anche una nutrita lista di morti. Già mentre si avvicina alla locanda, il notaio si accorge di un certo fervore per le strade. La gente ha uno strano luccichio negli occhi. E, sopratutto, continua ad avere la pancia vuota.

Manzoni, nel notaio, ci consegna uno straordinario miserabile. Meccanismo ubbidiente di un ingranaggio che serve senza comprendere. «Quando uno nasce disgraziato! - pensava - Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non vorrebbe altro che cantare; e, un po’ di respiro che s’avesse, così extra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da condurlo in prigione già bell’e esaminato, senza che se ne fosse accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l’appunto capitare in un momento così angustiato. (...) Ciò che lo fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada: e non poté tenersi di non aprir l’impannata, per dare un’occhiatina. Vide ch’era un crocchio di cittadini, i quali, all’intimazione di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà.»

Il notaio non è coraggioso. Al contrario. Neppure il ruolo istituzionale è utile a farlo sentire al sicuro. Gli è servito nei tempi di bonaccia. Per esercitare il suo piccolo potere garantito dalla legge. Ma adesso che la situazione sta precipitando, la sua divisa gli pesa enormemente. Non vuole rischiare di pagare troppo quel po' di sicurezza economica che si è guadagnato nel tempo. Ebbene. Questo straordinario esemplare di miserabilità ed opportunismo, mentre si trova nella camera di Renzo, si affaccia alla finestra. Non vorrebbe palesare il suo nervosismo, ma ha sentito un brusio sospetto, e vuole controllare.

Dunque si affaccia. Ed una scena lo riempie di terrore. Vede che, per la strada, una pattuglia di sbirri sta intimando ad un gruppetto di persone di sciogliersi ed andare a casa. Ma i soldati sono «pieni di civiltà». Ossia. Sono gentili. Invitano piuttosto che ordinare. Ed è questo che lo spaventa mortalmente.
Dunque anche il vigliacco notaio criminale è perfettamente consapevole che, quando la realtà che ci circonda rischia di esplodere, è ragionevole usare parole. E toni. E modi. Gentili. Un po' caramellosi, diciamo. Perchè comportamenti (e/o parole) diverse, potrebbero portare all'esasperazione chi ne ha già per conto suo più che a sufficienza. Quando la realtà è racchiusa in una tanica di benzina, pensare di fumarsi una sigaretta, per quanto di per sé legittimo, potrebbe non essere una grande idea.

Orbene. Le parole e le pallottole sono due cose ben diverse. Ed è bene che rimangano tali. Il neo inquisitore Grillo Giuseppe, detto Beppe, non può essere considerato responsabile degli spari davanti palazzo Chigi. Nè si può accusare i movimentini di fondare la loro attività sull'esaltazione della violenza. Perchè le parole son cose diverse, appunto, dalle pallottole. Ed è bene che rimangan tali.

Ma. Il signor Grillo Beppe, per sua stessa ammissione, è perfettamente consapevole che la realtà del nostro paese è, al momento, esplosiva. E lo è grazie anche al suo più che generoso contributo linguistico. Tanto dal blog quanto dal suo camper in giro per il paese, il guru non ha fatto altro che insultare pesantemente tutto e tutti. Partiti. Sindacati. Personaggi politici. Ben al di là del dileggio politico, ha fondato il suo messaggio elettorale sulla creazione di feticci da bruciare, linguisticamente prima e politicamente poi. Trasformando i suoi comizi in una specie di rito catartico durante il quale il pubblico, alla stessa stregua degli adepti di una setta mistica, aspetta che dalla bava del messia scaturisca l'ennesimo anatema.

Sarebbe stato bello, dunque, vedere il signor Grillo Giuseppe, detto Beppe, assumere lo stesso atteggiamento della pattuglia di birri manzoniani. Che, alla folla esasperata dalla carestia, si è rivolta con parole ed atteggiamenti «pieni di civiltà». Un po' di civiltà non guasterebbe. Ma, ahimè, la sensazione è che ri-vedremo un film vecchio. L'antico teatrino leghista. Quello che parlava di Roma ladrona. E dei milioni di baionette (e di forconi) che il popolo padano avrebbe imbracciato al seguito della sua messianica guida.

Oggi il popolo grillino condivide molte delle follie del popolo nordista. La rabbia incontrollata. Il linguaggio bellicoso. Tipico di chi trova la fonte della propria identità politica solo nell'insulto. Ai forconi, in linea coi tempi, si son sostituite le tastiere dei tablet. Ma identica è la pantomima di dichiarazioni inquietanti alle quali si chiede una rettifica. E la precisazione che arriva. E la contro dichiarazione. E poi le ambiguità. Il detto. Il sottinteso. Il distinguo. Ed i veri o presunti ideologi del movimento che parlano ma in realtà, precisano, stavano scherzando. Mentre invece il loro guru, che dello scherzo ha fatto un'arte ed una fonte di grande arricchimento, pretende di essere preso terribilmente sul serio.

La temperatura politica, almeno da un punto di vista linguistico, è in drammatico aumento. FB è diventata una piazza nella quale pullulano le farneticazioni deliranti di strani individui che scimmiottano la bava incazzosa del capo branco. E' tutto un profluvio di inneggiamenti al gesto allucinante dello sparatore di Palazzo Chigi. Ma c'è anche il fiancheggiamento esistenziale, attraverso l'affermazione che quello avrebbe fatto ciò che tutti penserebbero andrebbe fatto. Ed alla replica che non è così, ossia che la gente non pensa affatto di poter risolvere i conflitti con gli spari, ci si sente accusare di ipocrisia! Il confronto, anche duro, è annegato in una marea di slogan che non dicono niente. Una continua pubblicità occulta all'esasperazione che non costruisce consenso, ma spinge provocatoriamente verso il precipizio. Ed il brutto è che il parossismo, oggi, rischia di crescere. Perchè il popolo padano potè trovare la valvola della responsabilità politica. Mentre quello grillino, schiacciato in un isolamento irresponsabile e completamente sterile, si sente umiliato da una frustazione senza soluzione di continuità.

I soldati di Manzoni erano pieni di civiltà. Quelli del signor Grillo Giuseppe detto Beppe, invece, continuano ad accendersi sigarette.

Potrebbe non essere una grande idea.

[Ave]

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Un giorno vorrei che mi spiegasse:
Per chi ha votato a livello nazionale,
Perché lo ha votato,
Se lo rivoterebbe,
Cos'é la democrazia,
Se siamo in democrazia,
E che differenza passa tra uno che spara ad un politico ed uno che si suicida perché non riesce piu a vivere dignitosamente.

Anonimo ha detto...

Prof. ma che c***o centrano ste domande?

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