martedì 14 aprile 2015

Paolo Rossi. Un saltimbanco ci guarirà




Lo ammetterò senza pudore: non mi aveva mai lasciato un'impressione memorabile. A parte qualche felice battuta, nella quale però chiunque può incappare. Anche involontariamente. Ed invece, ragazzi. Tanto di cappello. Ho avuto la saggia idea di andare a vedere, a teatro, un grande attore. Un grande uomo di spettacolo. A Roma, naturalmente. Al teatro Vittoria. Lo spettacolo s'intitola «Delirio organizzato col pubblico». E l'one man show è Paolo Rossi. Interista e di sinistra. Che non guasta mai.

Un paio d'orette volate via con molto buon gusto. Paolo Rossi è riuscito ad intrattenere piacevolmente senza bisogno di attingere alla volgarità. E senza bisogno di mettersi qualche maschera particolare. E' stato capace di essere, semplicemente, se stesso. Un se stesso, però, arricchito da un'arte teatrale che viene da lontano. Ch'è frutto di grande passione. Grande amore. Ma anche grande studio e sacrificio. Perchè sul palcoscenico, ragazzi, è tutto artisticamente artefatto. Ma solo i grandi interpreti sono in grado di dare l'impressione di una naturalezza che nasce sul momento. Anche l'improvvisazione, insomma, sa di grande studio. Perchè sul palco si va per raggiungere un obiettivo. Ed un pubblico smaliziato e, oserei dire, pretenzioso come quello di oggi non è particolarmente predisposto al perdono.

La trama dello spettacolo è molto leggera. Paolo Rossi racconta, più o meno, la sua vita di attore. Le sue esperienze. Il suo percorso artistico che ha avuto la fortuna d'incontrare amici che son diventati maestri. E che maestri. Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci su tutti. Il piacere dello spettacolo nasce da un gioco affabulatorio nel quale anche una singola barzelletta, impreziosita da un contesto diversamente verosimile, e condita magari anche da spunti presi direttamente dalle dirette esperienze di vita, diventa racconto poliedrico. Capace di offrire innumerevoli spunti recitativi, ognuno dei quali apporta una ricchezza espressiva che affascina e fa dimenticare, allo spettatore, in quale brutto mondo è obbligato a vivere. Almeno per un paio d'ore.

Rimangono memorabili, tra i tanti, gli spunti legati al triplete dell'Inter, festeggiato in un cimitero. L'incontro con uno strano Satana, su un ponte di Bologna. E la quasi-confessione: «Io ero di sinistra. E lo sarei pure adesso, se solo sapessi dov'è andata a ficcarsi...», raccontato mentre con lo sguardo fa un affannoso girotondo per cercarla, appunto, questa piffero di sinistra che non si sa più dov'è andata a finire.

Alla fine, l'obiettivo è raggiunto. Perchè lo spettatore, come ha magistralmente raccontato, in fondo vuole solo essere rassicurato. E niente meglio del teatro può farlo. Perchè il vero attore non ha alcuna paura della morte. Il vero attore non si ferma davanti la morte, ed il suo modo di sconfiggerla è proprio non averne alcuna paura. Prenderla in giro esattamente come s'è presa in giro la vita. Per questo Paolo Rossi ha rivelato una serie di fulminanti epitaffi che grandi attori hanno preteso mettere sulla propria lapide. Ed ha svelato quello che ha già preparato per la sua: «Vi aspetto!».

Ecco. Anche a noialtri non rimane che aspettare Paolo Rossi. Quando vorrà tornare a farci compagnia per un paio d'orette. Sicuri come siamo che, insieme a lui, almeno per il tempo di uno spettacolo, non avremo alcuna paura.

[Ave]

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